Antropologia della decadenza
Le prime radici e l’ultimo impero (seconda parte)

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Abbiamo preso in esame le prime radici naturali fondanti della condizione umana che, secondo un credibile ancorché arbitrario ordine di sviluppo, riguardano inseparabilmente: le soggettività in farsi combinato e composito, il genere femminile per la sua funzione primaria, le coscienze che caratterizzano tutti gli esseri umani, le creazioni culturali che ne scaturiscono e le attitudini morali ed etiche che ne derivano e regolano i comportamenti individuali, relazionali e collettivi. Questo intreccio fondante e peculiare della nostra specie ha un carattere perenne, come è verificabile sempre nelle esperienze soffermandosi sulle distinte voci e sul loro intersecarsi, è generalmente unificante ma al tempo stesso è dinamico e comporta nel suo stesso flusso l’inevitabile differenziarsi tra le soggettività individuali, relazionali e collettive in ognuna delle radici considerate.

Proviamo, da questo punto di vista, ad ipotizzare le grandi linee delle dinamiche antropologiche che ci hanno portato fino ai giorni nostri.

Emergere contro

Nel corso dei tempi lunghi dello sviluppo della specie con tutta probabilità sono insorte delle gravi distorsioni concernenti le singole radici primarie e il delicato equilibrio armonico che si era venuto costruendo tra loro nel corso dei millenni della prima era. Distorsioni che, aggravandosi e complicandosi, segneranno e segnano tuttora ancor più minacciose l’era che stiamo vivendo. È ipotizzabile che, assieme e in conseguenza delle mutazioni più generali della natura prima cui abbiamo accennato, siano lentamente insorte delle complicazioni e quindi maturate fattualmente delle sovversioni e delle concezioni cheavviarono il processo deformante. Si tratta in primo luogo dell’affermazione maschile prepotente e mortifera nei confronti delle specie animali, violenta ed oppressiva verso le donne e l’infanzia, omicida e sfruttatrice verso la propria ed altre comunità umane. Quello che appariva come una naturale armonia tra le figure delle soggettività veniva scosso e sovvertito: soggettività individuali dominanti si sovrapponevano in luogo di dedicarsi alle comunità, le relazioni venivano imposte e spesso segnate orrendamente dalla violenza bellica, con la suprema bestemmia antifemminile ed antiumana dello stupro. In questo modo le stesse individualità venivano alla lunga sminuite ed estraniate. La ribellione maschile divenne rapidamente rovesciamento patriarcale con una serie di conseguenze a cascata. Non più l’educazione materna comune finalizzata alla crescita migliore per ciascuna/o ed all’essere assieme in concordia, utile e rispettosa verso la natura, ma l’addestramento maschile di altri maschi alla caccia e alla violenza ed il tentativo, che risulterà molto più complesso e contrastato, di addestrare le donne alla sottomissione.

Nella considerazione attenta e ponderata degli studi archeologici e antropologici tradizionali, e con uno sguardo attento alla biologia e alla psicologia evolutiva, possiamo e dobbiamo prendere le nostre responsabilità nell’immaginare il processo delle vicende umane. Prendiamo in esame in primis come lo sviluppo delle facoltà venisse forzato in senso di accentuazione dell’intelligenza pratica e della ragione immediata e meccanica, svilendo di conseguenza la fioritura sentimentale e cominciando ad offuscare la memoria. Le coscienze fino ad allora ingenue e ben disposte cominciarono a nutrirsi di paure e preoccupazioni, nelle donne e i bimbi o, al contrario, tendenzialmente nei maschi adulti, a concepire minacce e sopraffazioni. Non è difficile ipotizzare che queste debolezze o perversioni mentali, legate alle condizioni esistenziali mutate, creassero l’humus per approcci culturali tremendisti ed astrattamente salvifici ad un tempo di cui troviamo tracce evidenti nelle diverse religioni oggi esistenti.

Le deformazioni si sono cristallizzate a causa della crescita smisurata delle aggregazioni collettive combinata con l’esercizio sistematico della violenza maschile verso altre specie e contro gli umani, cominciando dalle donne. La pratica reiterata ed automatica della violenza venatoria, quindi omicida, ha sollecitato l’organizzazione della stessa: le bande e le orde sono sfociate nella fondazione di eserciti a loro volta premessa per la costituzione degli Stati. Le soggettività collettive conoscevano così una terribile mutazione, che faceva seguito ai rapporti coatti tra donne ed uomini, li cristallizzava ribaltandoli e creando le premesse per la famiglia patriarcale, rovinando di conseguenza i rapporti tra i maschi adulti e quelli tra loro e l’infanzia. Tutto lascia credere che invece le relazioni tra le donne e tra loro e i piccoli della specie, pur subendo in parte le deformazioni, abbiano sempre salvaguardato un margine di umanità migliore così come che le individualità femminili abbiano custodito alcuni tratti originari: lo dimostra il fatto plurimillenario della fondamentale refrattarietà del genere primo alla guerra. Inevitabilmente questo processo influirà invece sulle individualità maschili, sull’educazione e sulle caratteristiche psico-fisiche finalizzate alla guerra e comunque adeguate alla distruttività e all’aggressività; è sintomatico a proposito nella sua semplicità come sia invalso l’uso del termine offensivo “imbecille” la cui origine etimologica non lascia dubbi. L’educazione infantile ed adolescenziale subirà inevitabilmente un destino simile: preparando le donne alla sottomissione totale e gli uomini ad una sottomissione con il premio della rivalsa verso le donne stesse, verso le bimbe e i bimbi e verso i nemici.

Inseparabilmente mutavano drasticamente le logiche umane dell’agire collaborando e cooperando che venivano sopraffatte e strumentalizzate in ragione del fare alienato e massificato: sorgeva l’asservimento e lo sfruttamento del lavoro sotto padrone.

Le deformazioni delle prime radici di cui è evidente il carattere sovversivo unificante necessitavano (e necessitano) di istituzioni sovrastanti – a loro volta violente e minacciose – per preservare ed alimentare i caratteri dell’oppressione.

Tutto ciò non si è dato secondo un piano preordinato o in virtù di una propensione naturale della specie umana ma in base allo sviluppo anomalo, evidentemente sempre possibile, delle sue caratteristiche.

Il tendere alla vivibilità migliore, sotto la pressione di eventi naturali e a causa della crescita e degli spostamenti delle popolazioni, si è ridotto all’istinto di sopravvivenza esercitato tramite la violenza verso altre specie e contro l’umanità stessa.

La naturale superiorità e generosità femminile è stata interpretata come un pericolo da contrastare e controllare dalla logica pratica maschile che, opprimendo le donne e i piccoli, svilisce l’umanità profonda dell’altro e del proprio genere.

La peculiare e naturale biofilia umana ha trovato una terribile scorciatoia culturale indirizzando negativamente la propria affermazione.

La ricchezza e l’interezza psico-fisica è stata contraddetta o dilacerata dalle esperienze negative e malefiche che hanno intaccato le essenze umane più profonde senza perciò poterle cancellare.I sentimenti sono stati alienati o celebrati in modo dualistico, ridicolizzati o pervertiti, sviliti e traditi, ignorati o imprigionati dalla protervia degli oppressori; eppure sopravvivono – i sentimenti primari – al femminile, seppur faticosamente; vengonosottovalutati ma risorgono prepotenti ed incoscienti nell’infanzia e nella prima adolescenza. L’intelligenza, si è detto, è stata ghettizzata dal fare ossessivo o peggio finalizzata all’uccidibilità nel concepire, costruire, usare strumenti di morte, di offesa, di calunnia; ma riemerge come curiosità e capacità sorprendente nella vita quotidiana, pur continuando a giacere separata dalle facoltà sorelle. La memoria, già di per sé imbrogliona e bizzarra,è stata così maltrattata o cancellata, piegata ed asservita, mistificata o rovesciata negli interessi dei potenti da perdere credibilità; lo sforzo di riabilitarla, che non è mai venuto del tutto meno, può restituirle un ruolo fondamentale nel concerto facoltativo. La ragione è divenuta algida e sovrastante – proprio come gli algoritmi con cui pretendono di organizzare, predeterminare e dominare le nostre esistenze – perdendo così quell’umile e preziosa funzione di assemblaggio caldo e partecipe che sollecita il contributo attivo di tutte le facoltà; malgrado l’esaltazione che ne è stata fatta in certi periodi dai potenti – oggi non sono capaci neppure di questo! –, giace sottovalutata e paradossalmente separata: la sua riabilitazione dipende dal ritrovarne il significato squisitamente umano che consiste nella ricerca della perfettibilità, sempre consapevoli delle nostre imperfezioni. La creatività è divenuta la più ricercata da manager e strateghi ma in effetti latita persino tra le artiste e gli artisti perché sottoposta alle leggi e alle censure e cesure dei mercati e delle leggi non scritte dei poteri sovrastanti; basta però affacciarsi in una scuola dell’infanzia, osservare le forme comunicative e i giochi dei più piccoli, ma anche prestare attenzione alle capacità femminili di sfoderare magie dal quasi nulla per sapere che non è morta. La creatività, l’immaginazione, la fantasia assieme a tutte le facoltà stanno solo dormendo sonni tutt’altro che tranquilli, aspettano di essere risvegliate e riabilitate.

Il meraviglioso e misterioso mondo della coscienza di ciascuna/o viene ostacolato in tutti i modi; ne viene addirittura misconosciuto l’insorgere, quel big bang che ognuna/o vive nella prima adolescenza o anche dopo e che si può continuare a precisare, arricchire, levigare, definire, correggere grazie all’apprendimento, a relazioni sollecitanti, a comunanze benefiche, a forti e suscitanti sollecitazioni valoriali. In effetti quell’esplosione potenzialmente gioiosa nel marasma della decadenza sempre più spesso è capovolta in una crisi triste ed avvilente. La forza della tensione coscienziale che rappresenta il raggiungimento dell’io presente, proiettato verso il futuro e consapevole dei suoi trascorsi, non può essere soffocata, perciò si apreuna contraddizione pericolosamente insopportabile per poteri sempre più avidi e ciechi. La coscienza è il luogo dei progetti ambiziosi, dei sogni credibili, della sintesi delle facoltà, del primo concepimento del vero bene proprio e condiviso, della scoperta piena dell’individualità che può percepire quanto sia fondata e fondante nel e del tu e nel e del noi: quindi è del tutto comprensibile che atterrisca zombies e vampiri che pullulano nei palazzi del potere. Perciò provano a negare alla radice il carattere integro, sia naturale sia culturale, dell’identità personale e a sfornare orrende “ipotesi sostitutive” eterodirette: stanno creando danni ma non c’è modo che possano averla vinta, possono traviare, pervertire ma non abrogare le coscienze nel loro fantastico ed imperscrutabile avvenire; allora si tratta di contribuire alle affermazioni coscienziali fornendo tutto il sostegno possibile con impegno, dedizione, sapere, cultura.

Strettamente legato a questa obsolescenza delle coscienze è il declino, lento ma inesorabile e rovinoso, delle loro culture. Dagli aspetti più diffusi e popolari a quelli più rarefatti e di nicchia è un trascinarsi desolante e devastante, anche se non immediatamente percepito, per la gente comune. Pensiamo agli idiomi e come si vengono impoverendo o persino perdendo nell’oralità non meno che nello scritto. La circolazione viziosa delle informazioni, tra carta stampata, televisioni ed internet, è sempre più caotica, contraddittoria, falsificata e falsante, spadroneggiata da magnati cinici e strafottenti, interessati a lucrare e senza alcuna remora deontologica. La letteratura si trascina affannosa, preoccupata più di fare cassetta ed organizzare premi letterari che di dare spazio al talento di scrittrici/ori giovani e no. Il mondo del cinema sta diventando territorio di conquista per negazionismi assortiti. La retroguardia trionfante di questo côté pop del culturame dilagante sono gli Stati Uniti, un grande paesone armato fino ai denti dove qualsiasi idiozia si trasforma in un successo, dove non esiste più una sinistra (neppure riformista, intendo) degna di questo nome, che si avvia ad un’implosione dalle forme imprevedibili. Il mondo della ricerca scientifica mostra, soprattutto nello studio attento e per molti aspetti innovativo dell’umano, ancora una certa vitalità ma anche in questo caso è molto difficile che ci siano confronti espliciti e fecondi tra diverse correnti. Un discorso a parte merita (e ci arriveremo) la lunga agonia per consunzione delle filosofie ufficiali, con rare eccezioni. Nel frattempo, in reazione all’andazzo scombinato, irrazionale, decostruttivo e talvolta demenziale del laicismo occidentale, insorgono correnti religiose, non solo con gran forza dinamica ed assai problematica a loro volta in altre parti del mondo – e ci torneremo –, ma nello stesso Occidente, dove varie interpretazioni del cristianesimo cercano faticosamente di resistere alla deriva post-modernista 2.0, ma raramente offrono alternative di umanesimo verace e vivibile, cosa che si verifica anche per alcune minoranze di altri credo maggioritari.

Inevitabile è il crollo dei valori borghesi tradizionali, malgrado qualche mano di vernice superficiale non di rado tossica a sua volta, che da un lato sono ed appaiono formali, pesantemente ipocriti e lontani dalle persone comuni, dall’altro traballano nelle loro stesse basi. La conclamata libertà degli Stati democratici mantiene indubbiamente un credito se paragonata alla repressione sistematica vigente negli Stati autoritari, ma lentamente diventa più evidente che la libertà è direttamente proporzionale ai guadagni. L’idea di bene che viene proposta dall’alto è divenuta sempre più superficiale e legata al contingente, vincolata a fattori specifici di carattere materiale ed aliena da una visione olistica degli esseri umani e delle loro aspettative più profonde. La bellezza è concepita come modelli calati dall’alto a cui bisogna rispondere e corrispondere. La giustizia, persino nella loro concezione classica, ha dichiarato bancarotta. Quanto alla verità c’è una singolare polarizzazione: da un lato è sempre più provvisoria, volatile, capricciosa, intangibile a causa delle fumisterie negazioniste o relativiste diffuse dalla macchinazione tecnologica e alimentate da scuole ed accademie, grande stampa e piccoli gruppi. Dall’altro e dall’alto si continuano stancamente a proporre delle verità assolute sempre meno credibili e mobilitanti.

Violenza e logica di guerra – i veicoli fondamentali dell’oppressione – vengono esercitati o minacciati su tutti i piani e in diversi modi provando a reprimere o intaccare le radici prime. Questi tratti oppressivi ed eversivi dei fondamentali caratteri umani sono propri e riconoscibili in ogni tipo di regime esistente ed esistito nel mondo da perlomeno 3.000 anni a questa parte. L’emergere assieme della nostra specie è stato così corrotto come l’emergere di classi e gruppi dirigenti contro le popolazioni e dei popoli sottomessi contro altri popoli. Tuttavia le qualità umane essenziali rimangono vive, anche se ostacolate e traviate, e vitali anche grazie al processo omeostatico su cui si reggono, che contrasta l’innaturale entropia alla base dell’oppressione. Come proveremo ad analizzare, è possibile essere diversamente e meglio umani pur stando in queste società oppressive, bellicose e disumane.

Dario Renzi (2. continua)

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