antropologia della decadenza
le prime radici e l’ultimo impero/

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Ci hanno raccontato che questo era il migliore dei mondi possibili, invece viviamo in un incubo crescente. Giovani donne ed uomini si affacciano su di una realtà corrotta e ne vengono travolti. La loro coscienza affanna in cerca di punti di riferimento ma trovano spazzatura culturale sempre più squallida, mistificante e mortificante, perciò sono affetti da melanconia o cadono in trappole negazioniste. Cercare lavoro significa sempre più spesso aggirarsi inutilmente e rimanere frustrati oppure sottomettersi a priori ed in modo incondizionato ad un padrone invisibile e sperimentare la provvisorietà cronica. L’individualità non è più naturalmente né tantomeno culturalmente riconosciuta ma trattata come una sorta di capriccio gestito da ideologie negative esorbitanti arruolate al servizio degli Stati e del mondo oscuro del web. L’intimità dei rapporti diviene superficiale e volatile fino a precipitare nel mero consumo. La violenza strisciante abitua alla violenza eclatante e incrementa a dismisura la diffidenza e la paura verso il prossimo. La collettività è muta e inerte o peggio chiassosa ed improvvisamente minacciosa, fagocitante. Eppure sono loro, giovani donne ed uomini, il principio del futuro, del proprio e di quello di noi tutti.
Per concepirlo migliore, il futuro, oggi più che mai c’è bisogno di cercare e cominciare a vivere il presente diversamente scrutando il passato nelle sue contraddizioni. Ritrovare costantemente e profondamente le radici del nostro essere naturali e culturali a un tempo, quindi sapere le condizioni e le possibilità delle nostre scelte affermative, potenzialmente alternative e sottrattive rispetto ai mostri ciechi ed onnivori, subdoli e spesso invisibili che ci minacciano, comprendendo le loro origini e quindi la possibilità di sfuggirgli in ragione di progetti benefici fondati da donne ed uomini liberi, soggetti protagonisti assieme in virtù di una ricerca e pratica morale ed etica elaborata in proprio, vissuta e verificata quotidianamente in prima persona, in relazione, comunemente su tutti i campi.

Come e perché nasce la guerra?
Porsi questo interrogativo e cercare qualche risposta può servire a inquadrare e comprendere il conflitto attuale in Europa e altre guerre dimenticate – trascorse, in atto o di là da venire – e a suggerire qualche ipotesi sui motivi e le conseguenze più di fondo che potranno avere.
Concepire, attrezzare e realizzare la guerra è il motivo fondante dell’oppressione da quando essa esiste: si tratta del fattore assolutamente determinante per costituire, preservare, ampliare o difendere il potere negativo di qualsiasi entità statale, padronale, patriarcale.
La logica bellica è la perenne sintesi a priori del dominio organizzato delle minoranze sulle maggioranze delle genti.
Una visione storica generale e onesta degli ultimi tremila anni permette di riconoscere come qualsiasi politica, la condizione dei generi e dell’infanzia, i rapporti sociali ed economici in generale, le coscienze e le culture siano stati segnati in modo evidente dalla centralità militare agente e latente, praticata e minacciata. Quest’ultima è l’aspetto che ha permesso la sottomissione, l’organizzazione e la gestione delle comunità umane, anche le più ampie, da parte di ristretti gruppi di potere. È emblematico a riguardo come tutte le religioni monoteiste abbiano dedicato abbondantemente i loro testi-chiave alla guerra.
Il primo motore dell’oppressione è quello bellico in senso diretto e indiretto, i suoi cambi di concepimento e prassi permettono di spiegare le diverse forme dell’oppressione nelle sue varie espressioni e quindi le fasi differenti nella Seconda era. Il potere distruttivo è la premessa determinante per affermare le varie modalità di costruzione del dominio politico istituzionale con le sue mutazioni nel tempo: tiranniche, regali, democratiche antiche, imperiali tradizionali, monarchiche, feudali, signorili, nobiliari, democratico liberali o autoritarie, dittatoriali o semi-dittatoriali, neo-imperiali e via dettagliando. Ognuno di questi assetti è sorto dalla guerra e per la guerra, ne è stato segnato e al contempo ne ha influenzato la condotta, gli sviluppi e le conseguenze, ne è stato debitore e servitore, fruitore e vittima. La logica militarista nel suo farsi diretto e indiretto ha inciso e segnato tutti i campi della vita ed è venuta pervadendo in profondità la conduzione dell’agire dei potenti in ogni ramo della loro attività, ma la consapevolezza di questo da parte dei registi e degli attori dell’oppressione è andata mutando nel tempo anche qualitativamente rendendoli più cinici ed esperti nella distruzione delle risorse umane e naturali per costruire il proprio potere.
Non si dovrebbe quindi ridurre l’esplorazione delle cause alle ragioni specifiche di un determinato conflitto. Certo esistono sempre motivi attualistici: sociali, economici, politici, culturali e ideologici ma fermarsi a questo equivale a sottintendere che la guerra condotta da umani contro altri umani dipende… dall’umanità stessa!?
Infatti è questa la menzognera ed interessata leggenda propalata dai Palazzi, dai pulpiti e dalle cattedre: sarebbe la natura umana – quella stessa natura che viene dimenticata, messa in discussione o negata dall’istruzione e dalla propaganda quotidiana – a rendere inevitabile la guerra. L’indubbia capacità di violenza degli esseri umani, di rappresentarla e di praticarla, viene spacciata come causa efficiente delle tempeste belliche sorvolando su decine di millenni della vita della nostra specie che testimoniano dell’inesistenza o rarità di eventi guerreschi. Esiste un fattore che contraddistingue l’inaugurazione della Seconda era ed è precisamente il trionfo delle guerre che hanno creato gli Stati e dato luogo alla politica sovrapponendosi alle soggettività, asservendo il genere femminile e l’infanzia sotto l’egida patriarcale, imprigionando la crescita e l’affermazione coscienziale grazie ad un’istruzione dottrinaria, fatta di dogmi e scelte obbligate, che è prodotto e alimento di culture fredde e metafisiche. In altri termini: l’idea e la pratica della guerra non sono affatto conseguenza inevitabile della natura umana ma sono state all’origine frutto velenoso delle scelte di un minoranza del genere maschile che ha sollecitato, alimentato a dismisura e finalizzato la capacità di violenza per i suoi interessi di dominio. Su questa base e sfruttando l’adattabilità e l’abitudinarietà, queste sì tipiche della nostra natura, la logica e la fattualità bellica si sono generalizzate nel mondo devastando la specie tutta, cominciando dal genere primo e dai piccoli, deformando o amputando orrendamente le soggettività, cercando di asservire o paralizzare le coscienze, prostituendo le culture, snaturando il primo principio della morale e dell’etica.
I poteri oppressivi si costituiscono tramite l’esistenza e l’azione di eserciti e polizie.
La minaccia permanente delle forze armate e repressive, la loro pratica distruttiva, sono all’origine intrinsecamente legati alla gestione della politica statale – l’unica politica che si conosca – e agli inganni ideologici: sui tempi lunghi è sempre la guerra a segnare, a dettare o condizionare il carattere e l’ambito degli altri campi di attività umana nell’era oppressiva. La guerra è il trionfo dell’agire ridotto al fare onnipotente inteso come uccidere e distruggere per dominare, che riduce il rappresentare al saper competere e prevalere facendo strage, e definisce il credo borghese dell’“essere per morire”. Sviluppare, rafforzare ed arricchire le capacità distruttive degli armamenti è il fattore chiave delle loro economie, così come l’addestramento delle truppe, ignoranti e ciniche, obbedienti e disciplinate è il modello base della loro idea di “educazione”. Il tanto decantato progresso è sempre, e sempre più esplicitamente, alimentato dalle esigenze e sperimentazioni belliche, finendo per essere il progresso per la guerra, il progresso tramite la guerra, il progresso della guerra. Le capacità distruttive invadono il pianeta, per terra, mare e cielo, ed avvelenano – soprattutto nei maschi – direttamente o indirettamente le facoltà e le modalità di pensiero ed agire umano. L’intelligenza viene concepita solo come pratica dell’azione efficace, la ragione come assemblaggio meccanico, la memoria come deposito di tristezza e risentimento, la creatività come capacità di imbroglio, il sentimento sospinto all’odio. La modalità intuitiva è ridotta all’istinto di sopravvivenza, quella riflessiva alle capacità strategiche.
È nella guerra teorizzata, preparata e combattuta, il motivo cruciale di corruzione ed alienazione delle nostre radici prime che lentamente ma inesorabilmente si è infiltrato in ogni campo della vita. Come possiamo spiegarcelo antropologicamente? Quali sono le basi umane che hanno potuto causare un tale orrore? La capacità di scegliere in generale e in particolare di compiere scelte etiche e prendere decisioni morali sono il motivo determinante.
Il bisogno della libertà, la tensione inesauribile al bene, proprio ed altrui, l’apprezzamento della bellezza, la ricerca della verità, il desiderio di giustizia riguardano ogni essere umano, contraddistinguono ogni rapporto, contribuiscono a definire ogni comunità e tuttavia l’indirizzo e il contenuto concreto di questi valori non è predefinito, non è uguale per tutti: si viene configurando in base agli orientamenti della gente comune. Allora succede che la libertà può essere intesa in modi assai diversi, ad esempio esaltandone il significato individuale e considerando l’altra/o innanzitutto come un limite.
I canoni della bellezza hanno avuto ed hanno tuttora diversissimi caratteri a seconda delle epoche, delle culture e delle zone del mondo. L’idea di verità ha diviso scuole filosofiche, religiose e scientifiche, tra loro e al loro interno, così come vede dibattiti costanti ed interminabili tra le persone comuni. Il termine stesso di giustizia è polivalente e divenuto ambiguo. Ha una radice in ogni individuo ma sembra totalmente astratto: affidato a leggi soprannaturali o statali estremamente diverse tra loro. Il bene che riguarda la dimensione individuale, relazionale e comune può essere concepito come quello del proprio ambito umano ristretto, di gruppo, classe, nazione e considerato alternativo se non addirittura contrapposto a quello di altri ambiti umani, arrivando al punto di credere che il proprio bene personale o quello del proprio popolo dipenda dalla sottomissione o dalla soppressione di altre persone o di altre popolazioni.
Questi motivi di ambiguità insita nell’elettività morale ed etica a loro volta rimandano alla coscienza sentimentale delle individualità, al vissuto delle relazioni e al contesto culturale che caratterizza la comunità d’appartenenza, ovvero riguardano il farsi valoriale delle soggettività complesse che si compongono. In altri termini: paradossalmente la guerra nasce dalla deformazione delle tensioni potenzialmente più elevate tipiche della natura umana e dall’interpretazione perversa di una delle sue radici primarie.
All’origine il farsi bellico selvaggio nacque probabilmente dalle bande di cacciatori maschi che poi si trasformarono nelle orde e quindi negli eserciti, quale strumento decisivo per la formazione dei primi centri di potere oppressivo organizzato, quindi degli Stati. È ipotizzabile e degno di nota che i fini immediati e più evidenti della guerra siano stati sempre eterogenei rispetto al compiersi della furia bellica. La distruzione, l’asservimento e la morte dei vinti serve alle costruzioni, alla libertà, all’arricchimento e al trionfo dei vincitori. Esiste un rapporto inversamente proporzionale tra chi compie i sacrifici bellici – le moltitudini di combattenti sottomessi – e chi ne beneficia – le minoranze di governanti, padroni e comandanti.
I tratti psico-fisici della nostra specie subiscono così, da millenni, una tremenda violenza diretta ed indiretta. Si insinua con improvvise e terribili accelerazioni l’estraniazione dalla pienezza della vita: la forza mentale e materiale si allena alla violenza, il dare la morte diventa un mestiere, il pericolo non risiede più solo negli sconvolgimenti della natura prima ma nella depravazione di una parte della natura umana. Quello che sorprende è che, malgrado la profondità e la durata di questo attacco alle nostre qualità essenziali, le radici prime rimangano vive, seppur sofferenti, e resistano o si ribellino al dominio bellico, patriarcale e padronale in vari modi – spesso impercettibili –, come abbiamo cominciato a vedere.
Possiamo esplorare e verificare certe verità originarie e ritrovarne l’attualità tornando sul carattere originario dell’economia. Dall’operare al produrre Abbiamo preso in esame il ruolo fondante della dimensione bellica1 nella perversione oppressiva e sfruttatrice delle economie originarie, pur senza addentrarci nella varietà dei modi di produzione di cui possiamo trovare tracce in diverse epoche – anche precedenti alla sovversione padronale – e diverse aree del mondo, testimonianza non solo della creatività spontanea dei nostri simili nella storia ma anche del rapporto fecondo e rispettoso nei confronti della natura tutta nelle sue diverse espressioni.
Il modo di vivere e di concepire la vita assieme influiva e si nutriva dell’agire economico inteso come opera di collaborazione e cooperazione spontanea e consenziente di tutte/i le/i componenti adulti nelle comunità della Prima era. L’azione umana si configurava come frutto e alimento delle prime radici: riconosceva e premiava la primarietà femminile, sanciva e rafforzava il comporsi delle soggettività permettendo l’affermazione delle individualità tramite il mutuo aiuto e il coadiuvarsi in comune, sollecitava le coscienze unendosi e rispecchiandosi simili e differenti nell’agire concreto, creava le basi per culture celebrative delle altre specie e della propria, sospingeva ad un’etica del benessere concepito, concertato, concretato e goduto assieme.
Il trionfo dell’oppressione per essere completo doveva infrangere questa processualità armonica, colpendo o deformando ciascuno di questi aspetti delle esperienze comunitarie e quindi ferendone le radici essenziali senza perciò poterle distruggere. La furia distruttrice del dominio oppressivo è stata implacabile e con il trionfo del capitalismo è giunta al punto di cercare di sovvertire l’origine stessa di una delle espressioni fondamentali dell’opera economica originariamente squisitamente ed interamente umana.
Come lucidamente ci spiega Michele Santamaria: “Non è casuale che Marx nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, riferendosi alle comunità primitive ritenga un errore (senza però spiegarlo) porre lo scambio al centro della vita di ogni comunità internamente ai propri confini. A suo parere lo scambio non è presente nelle relazioni interne alla medesima comunità dove vige la comunione dei beni, esso invece appare e prende forma nelle relazioni economiche tra le diverse comunità sulla base di una diversa produzione e di differenti tecniche produttive. Solo la comparsa di beni e di utensili differenti spiegherebbe così la comparsa dello scambio economico e dello scambio in sé.
Questo è un punto chiave: l’origine dello scambio deriverebbe quindi dalla diversa natura delle cose prodotte e non dalla socialità della nostra specie. L’origine dello scambio sarebbe così di natura “cosale” e non di natura umana.”2 Da questa perversione dello scambio umano, che si generalizzerà e si cristallizzerà a causa della logica bellica in tutto il pianeta, scaturirà una clamorosa incomprensione teoretico-antropologica con conseguenze analitiche erronee a cascata. Proviamo ad immaginarci con dei flashback il prima e il dopo.
È già una realtà altamente sintomatica che diverse attività economiche primarie legate al ritrovamento, alla trasformazione, alla conservazione di prodotti naturali fossero compiute in grande maggioranza da donne3. Oggi viceversa sono tristemente note le condizioni distruttive della natura e massacranti per gli esseri umani che lavorano nell’agricoltura super industrializzata che usa una manodopera spessissimo immigrata in condizioni di semi-schiavitù.
Così come è legittimo ipotizzare che nelle comunità della Prima era l’agire economico fosse un’attività libera e variata a seconda delle preferenze, delle capacità e necessità di chi ne era protagonista; al contrario oggi vige la cattività del lavoro salariato, ormai sempre più spesso provvisorio, con la nefasta conseguenza della disoccupazione in agguato. Le condizioni originarie ci fanno pensare ad una opera economica che soddisfaceva il benessere necessario, non solo per il risultato ma nel suo medesimo corso a favore di chi ne era protagonista e della comunità nel suo assieme. Con l’imperversare dell’oppressione nelle sue varie espressioni, e al massimo grado con il capitalismo, si è passati dalla qualità condivisa dell’opera tra tutte/i, alla quantità accaparrata della produzione da parte dei pochi.
Il beneficio necessario e diffuso dell’agire assieme è stato sovvertito nel malessere asfissiante del lavoro sotto padrone. Dall’autonomia del lavoro creativo si è precipitati nella prigionia del
lavoro seriale.
In sintesi: attraverso lunghi e dolorosi processi storici si è transitato dall’opera comune nel concepimento, nella realizzazione, nell’usufrutto, nello scambio alla produzione coatta e padronale: separata dal produttore, alienata dalle sue esigenze, estraniata nel suo farsi meccanico, mercificata iniquamente nella distribuzione, oggettivata nello scambio. Un processo di sovversione che ha implicato il passaggio dalle comunanze di esseri che concepivano e realizzavano liberamente e naturalmente il loro agire alle masse estranee, espropriate ed asservite, pregiudicate nelle loro capacità
naturali e culturali.
Impossibile credere che tale colossale disumanizzazione sia avvenuta pacificamente e infatti il suo motore, la ragione determinante e decisiva è stata la guerra condotta dagli Stati nelle sue svariate forme che imponeva l’orrenda mutazione fornendo al tempo stesso l’esempio della più terribile organizzazione del “lavoro” con la creazione degli eserciti e mettendo in moto la logica più intima e nascosta dell’economia oppressiva: produrre per distruggere, distruggere per ricostruire a proprio esclusivo vantaggio e per continuare a distruggere e dominare: è questa la logica intima ed irrefrenabile della loro decadenza. (6.continua)

NOTE

  1. La funzione generale della dimensione bellica nel farsi dell’economia oppressiva e capitalistica fu solo sfiorata dai teorici marxisti, senza trarne significati più complessivi rispetto alla logica dell’oppressione. Rosa Luxemburg è colei che probabilmente si è spinta più avanti in particolare ne L’accumulazione del capitale dove tra l’altro sostiene: “Come l’espansione della produzione mercantile semplice al posto della naturale e della produzione capitalistica al posto della mercantile si è compiuta attraverso guerre, crisi sociali e annientamento di intere forme sociali, così oggi la trasformazione in senso capitalistico delle colonie e dei paesi economicamente arretrati si svolge tra rivoluzioni e guerre.” in op. cit., Einaudi 1980, pag. 418. Si veda anche il capitolo “Il militarismo come campo di accumulazione del capitale”, idem, pag. 455 e seguenti.
  2. Michele Santamaria, L’economia come scambio umano, pag. 31, Prospettiva Edizioni 2007.
  3. Si veda a proposito Alain Testart, L’amazone et la cuisinière. Anthropologie de la division sexuelle du travail, Gallimard, Paris 2014. Ho citato e glossato attorno alla questione in Corso di Teoria Generale II. Esseri relazionali e sentimentali. Dalle conoscenza alle scelte, cap. IV, Prospettiva Edizioni 2017.