Antropologia della decadenza
Le prime radici e l’ultimo impero (prima parte)

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Lo stupore e la normalità della guerra non lontano da casa. Terribile nel suo farsi e strana nel racconto che ne viene fatto, la guerra. Sempre uguale, sempre diversa la guerra: è la creatività degli uomini nel distruggere e massacrare ma anche nel difendersi, la saggezza delle donne nel sottrarsi e proteggere, l’incredulità e l’incomprensione di bimbe e bimbi coinvolti.

Ritorna la guerra, anzi non è mai finita: perché gli Stati la portano inevitabilmente con sé, tutti gli Stati, compreso quello italiano che malgrado il “ripudio” costituzionale non ha mai smesso di aumentare le spese militari persino nei tempi economicamente più difficili. Qualche giornalista ignorante o distratto ciancia sulla pace successiva all’11 settembre del 2001. Quando? Dove? Chiedetelo alle popolazioni africane, a quella afghana, a quella yemenita, a quella siriana delle devastazioni che hanno subito negli ultimi anni, per non parlare dei massacri nella ex Jugoslavia culminati nella tragedia della Bosnia. Hai voglia di spiegarlo – lo facciamo da sempre – ma tanta brava gente non crede alla permanenza della guerra co-essenziale agli Stati. Coperture mediatiche parziali, non di rado falsanti o menzognere, edulcorano, distorcono o nascondono la realtà del susseguirsi dei conflitti in tutto il pianeta.

Il nostro schieramento è da sempre attivo contro tutte le guerre, fedeli in questo all’insegnamento di Rosa Luxemburg, unica leader marxista rivoluzionaria sempre contrapposta alle vicende belliche in difesa dell’umanità e di un ideale socialista che non può nutrirsi del sangue versato. Lo ribadiamo, oggi più che mai, nelle piazze e nell’opera quotidiana del nostro pacifismo combattivo umanista socialista, al fianco della popolazione ucraina che resiste al feroce attacco di Putin: non abbiamo nessuna fiducia negli Stati democratici o meno, cominciando dagli Usa che accusano il piccolo zar degli stessi crimini che tanti loro presidenti hanno commesso continuamente restando impuniti, e non smettiamo di denunciare le organizzazioni internazionali come la Nato e diversamente l’Onu spesso protagoniste o silenziosamente complici, come in Bosnia, di efferati massacri.

Per sfidarla si tratta di cercare di capirla questa guerra nelle sue origini e conseguenze che saranno profonde e durature. Più che mai per comprendere le vicende, i suoi antefatti e le sue ricadute, bisogna andare alle radici antropologiche lontane e profonde di tutti i conflitti e di quelli interstatali in particolare, evitando letture politiciste – per definizione superficiali e contingenti – e non fermandosi soltanto a delle approssimazioni psicologiche che risultano utili solo se inquadrate in un’analisi più profonda. Questo nostro approccio è suscitato e nutrito innanzitutto dalla pietà e dalla solidarietà per le vittime ucraine e degli stessi soldati semplici russi che cadono ignari del motivo: il senso dell’umanità può darci forza per conoscere, fronteggiare ed evitare i mostri che la minacciano.

Emergere assieme

Sin dalle origini, per come possiamo studiarla ed immaginarla, la nostra specie ha avuto la straordinaria possibilità di rappresentare la vita mentre la viveva. È una capacità naturale, anche se qualcuno per rabbia, frustrazione o ignoranza cerca di non considerarne o negarne la scaturigine mentre assolutizza e distorce il significato delle culture che sono invece frutto della nostra natura e quindi parte integrante ed inseparabile da essa.

Questa fantastica capacità, naturale e culturale, di raffigurare la vita in tutte le sue modalità e scansioni temporali, non è una mera astrazione ed ha conseguenze assai concrete: è una capacità soggettiva non solo perché riguarda noi soggetti umani ma perché ci qualifica, ci avvicina o ci allontana, ci unisce e ci differenzia, ci fa aggregare o dividere, insomma ci costituisce pienamente come umani.

La scoperta dell’individualità umana è possibile perché si è in relazione, la relazione è tra individui: così prendono le mosse la conoscenza, la collaborazione, la prospettiva, il linguaggio, il sentimento, la coscienza. È però del tutto evidente che questa duplice misura delle soggettività umane non le esaurisce e non basta a spiegarle. Per emergere ed affermarsi pienamente le nostre soggettività tendono a farci stare o ancor meglio diremmo a farci essere assieme umani, rappresentando assieme la vita presente futura e passata, agendo assieme nel mondo. Insomma abbiamo bisogno, per riconoscerci come persone e relazionandoci, di ritrovarci collettivamente e, di più, di costituirci in comunità. Così si approfondiscono e si complicano le conoscenze, le collaborazioni divengono anche cooperazione, la prospettiva si amplia e si arricchisce, nascono e si differenziano gli idiomi, fioriscono le arti, si fondano le culture.

Reperti archeologici, studi paleoantropologici, la psicologia evolutiva, le scienze cognitive, la genetica, la biologia e le neuroscienze ci suggeriscono e ci permettono di immaginare che il farsi delle soggettività umane sia sempre stato così. D’altra parte ce lo possiamo spiegare da un punto di vista antropologico: la crescita delle/i piccole/i della nostra specie, il ripararsi ed il riscaldarsi, l’adattarsi al contesto naturale e il difendersi dalle intemperie, la ricerca del benessere materiale e non solo: insomma tutte le conquiste umane reclamano un orizzonte più vasto di quello relazionale e a maggior ragione non possono limitarsi ad una dimensione individuale, c’è bisogno di un concorso moltitudinario, di un accordo tra molti esseri umani. È la soggettività comune a permettere e sollecitare il dipanarsi dei saperi e dei poteri umani, a squadernare la molteplicità di virtualità connaturate alla nostra specie: dalle più diverse forme artistiche alle svariate saggezze, religioni e filosofie, dalla ramificazione delle scienze alla pluralità dei racconti del passato, dalla peculiarità di approcci alla natura alla quantità variegata di usi e costumi. Le collettività suscitano e giudicano, permettono o costringono, sospingono o frenano, ed evidentemente condizionano le individualità e le relazioni ed in qualche modo ne vengono condizionate a loro volta.

È questa tripartizione plastica e dinamica delle soggettività che ha permesso il riconoscimento, il dispiegarsi ed il qualificarsi delle tensioni primarie tipicamente connaturate all’umanità tutta, lo sviluppo delle facoltà mentali che ne consegue, il farsi delle intenzioni concrete e quindi il manifestarsi dell’agire complesso. In questo processo costante e caotico fioriscono le coscienze mentre si concretano e si plasmano le esperienze pratiche da cui sorgono come equivalente generale le culture che connotano ogni collettività, le individualità e le relazioni che ne sono parte. I soggetti individuali e le relazioni tra soggetti hanno una propria autonomia ma non possono prescindere dalla soggettività collettiva in cui operano.

L’essere culturali per natura è inseparabile dall’essere soggettivamente complessi per natura, ma questo processo basilare non è solo speciale bensì è precisamente e qualitativamente generico. Il genere femminile ha, per natura e cultura, da sempre svolto un ruolo decisivo nel comporsi e nella crescita delle soggettività come nell’educazione e formazione dell’assieme dell’umanità. Si pensi al concepimento, alla nascita e all’allevamento dei piccoli, al loro primo imprinting, all’apprendimento e alla trasmissione del linguaggio, all’educare alla vita, alla prima e costante conformazione dei rapporti e della relazionalità, quindi al fondarsi di nuclei familiari di diverso tipo, al forgiarsi di usi e tradizioni nel lavorio quotidiano, al nutrimento e all’abbigliamento, al rapporto con la natura prima, alle scoperte e agli straordinari vantaggi che ne sono derivati, alla cura del corpo e della mente, al raccontare le vicende e al tramandare saggezza, al ruolo coesivo all’interno di gruppi umani allargati, alla capacità di comprensione e pacificazione. Tutto ciò che appare evidente, generalizzato e celebrato nelle vestigia della prima era dell’umanità è stato svilito, banalizzato, negato nell’era oppressiva. Il genere primo,per natura e vocazione fattore costituente dell’umanità tutta, è stato martoriato, violato, attaccato, svilito in tutti i modi e, a segnare il grado di decadenza a cui siamo giunti, i servi sciocchi e feroci della disumanizzazione ora cercano di negarne l’esistenza e l’autonomia. Una verità fondamentale da affermare e comprendere è che le donne sono sempre state creatrici e tessitrici delle soggettività umane come delle culture e dei migliori sentimenti.È precisamente in questo intreccio fecondo e basilare che si manifestano e si indirizzano le attitudini morali ed etiche tipiche degli esseri umani. La ricerca del bene è incarnata in primis dalle donne che avvertono in sé il bene primario della vita che creano, trasmettono, allevano direttamente ed indirettamente. Il bene individuale d’altro canto si misura nella relazionalità, innanzitutto ed in maniera incontenibile e sproporzionata quella tra le donne e le bimbe e i bimbi, quindi nel bene che si richiede e si ricerca e si prova a trasmettere in aggregazioni soggettive più vaste. La tensione al bene, più o meno correttamente intesa evidentemente, è naturalmente prepotente ma ha bisogno di essere declinata, sviluppata, sedimentata, teorizzata, coltivata: deve cioè sfociare in una dimensione propriamente e radicalmente culturale. Dunque le nostre prime radici, le quattro caratteristiche affermative e positive fondanti della nostra specie che ne spiegano l’emergere sono intrinsecamente legate ed inseparabilmente: femminili, soggettive, culturali, morali ed etiche. Queste radici non possono essere estirpate, pena la fine della natura umana, ma possono essere attaccate, ostacolate, combattute ed è questo tentativo che marchia ogni tipo di oppressione ed ha, come vedremo, il suo segno distintivo nella violenza e nella guerra.

Ognuna di queste radici ha bisogno di essere indirizzata e proporzionata e tutte assieme di essere equilibrate. Soffermiamoci in particolare sulle soggettività, la cui processualità appare difficilmente intellegibile e misurabile proprio per la relativa autonomia delle tre figure che la costituiscono. È già fondamentale e complicato per ogni persona saper commisurare la propria soggettività con quella altrui, quindi lo è per le relazioni che implicano non una semplice somma ma una combinazione in cui entrano in gioco, pur senza necessariamente appalesarsi, con diverse valenze tutte le caratteristiche delle persone; a maggior ragione – per definizione e numeri – è ancor più difficile avere una conoscenza ed una visione prospettica di una comunità stabile, il problema è direttamente proporzionale alla grandezza della stessa.

Siamo di fronte ad un vulnus decisivo – che nelle sue scaturigini per alcuni aspetti fu compreso con lucidità dal miglior Rousseau – : le collettività tendono ad ingrandirsi con una serie di indubbi vantaggi immediati, si cristallizzano e diventano società sempre più numerose ponendo un problema umanamente molto serio. Più siamo, meno ci conosciamo direttamente e sì che conoscersi non basta neppure perché – per natura e cultura – avremmo bisogno di essere, pensare, agire assieme in maniera riconoscibile, tangibile, reciprocamente verificabile. È ipotizzabile che nella prima era, per molti millenni, in aggregati umani relativamente numerosi fu così effettivamente, poi attraverso un lungo e complesso processo le cose sono drasticamente mutate. Ci fu probabilmente un doppio fenomeno che generò la trasformazione: da un lato alcune collettività cominciarono ad ingrandirsi, dall’altro e soprattutto altre comunità, vittime di eventi geologici e meteorologici devastanti si trovarono in condizioni esistenziali difficili e spinte dall’istinto di sopravvivenza cominciarono sistematicamente a predare varie specie animali, a trasmigrare verso zone più miti e ad aggredire le popolazioni che vi risiedevano. Prendeva piede così la violenza organizzata da parte di maschi adulti che darà via via luogo alla costruzione degli eserciti da cui nasceranno gli Stati. Nasceva così la sovversione patriarcale per sottomettere il genere femminile e l’infanzia, la coercizione e il controllo dall’alto delle soggettività, la riduzione e l’impoverimento innaturale delle culture, la ricerca del proprio bene come male per le altre e gli altri. Attraverso la guerra sorgevano le società statali e le politiche in perenne conflitto tra loro, venivano attaccate sistematicamente le prime radici: così l’emergere assieme degenerava nell’emergere contro.

Dario Renzi (1. continua)

Seconda parte